Per una cianotipia su vetro, si sgrassa la lastra con l'alcol, la si ricopre con un sottile strato di gelatina che trattiene la soluzione, la si sensibilizza con i due sali di ferro, poi la si espone al sole e la si lava in acqua fredda senza mai strofinare. Il vetro è uno dei supporti più esigenti della cianotipia: una lastra trasparente posata davanti a una finestra, dove il blu di Prussia acquista una profondità diversa da quella della carta. Ma il vetro non ha alcuna fibra a cui la soluzione possa aggrapparsi, e qui sta tutta la difficoltà: bisogna prima creare quell'aderenza che il materiale non fornisce.
Questa pagina si concentra su questo solo supporto: la sua preparazione, la sua sensibilizzazione e il suo lavaggio delicato.
Perché il vetro resiste alla cianotipia
Sulla carta o sul tessuto, la soluzione dei due sali di ferro penetra nella fibra e il blu di Prussia che vi si forma resta imprigionato nel materiale. Il vetro, al contrario, è liscio e non poroso: la soluzione resta in superficie, forma gocce e si ritrae asciugando, creando isole irregolari invece di uno strato omogeneo.
La reazione chimica, dal canto suo, non cambia: sotto gli UV, il ferro allo stato di ossidazione III viene ridotto a ferro II, che reagisce con il ferricianuro per formare il blu di Prussia. Il problema non è quindi la chimica ma l'aderenza, perché senza un supporto a cui fissarsi il pigmento se ne va al lavaggio, e tutto il metodo che segue nasce da qui: depositare sul vetro uno strato sottile capace di trattenere la soluzione e poi di conservare il blu. Senza gelatina né un altro strato aggrappante, la cianotipia non tiene sul vetro: la soluzione forma gocce, si ritrae asciugando e il blu se ne va al lavaggio. Il ferricianuro è poco tossico alle dosi del procedimento, ma può liberare cianuro a contatto con un acido o, in soluzione, sotto i raggi UV.
Sgrassare e poi stendere lo strato aggrappante
Il vetro, nuovo o maneggiato, è sempre coperto da una pellicola grassa invisibile (impronte di dita, polvere, residui di fabbricazione) che basta a far staccare a scaglie lo strato aggrappante: in laboratorio è la fase che si trascura più spesso.
Si pulisce la lastra con alcol denaturato o con alcol a 70°, strofinando con un panno che non lascia pelucchi fino a ottenere una superficie perfettamente trasparente, poi la si tocca solo dai bordi, perché l'impronta di un solo dito crea una zona in cui il blu mancherà.
Per dare al vetro la porosità che non ha, lo si ricopre con un sottile strato di gelatina, lo stesso prodotto alimentare venduto in fogli o in polvere, che una volta asciutto svolge il ruolo della fibra della carta e mantiene il blu di Prussia aggrappato alla lastra.
Si fanno ammorbidire alcuni fogli in acqua fredda, poi li si scioglie in acqua tiepida, mai bollente, e questa gelatina fluida si versa sul vetro sgrassato, tenuto perfettamente in piano, in uno strato sottile e regolare che si lascia rapprendere e poi asciugare al riparo dalla polvere.
Alcuni induriscono poi leggermente la gelatina, con un breve passaggio in un bagno di allume molto diluito, perché resista meglio all'acqua del lavaggio. Per una prima prova basta una gelatina semplice e ben asciutta, e sarà la pratica a dire se lo strato tiene o va rinforzato.
Sensibilizzare la lastra preparata
Una volta asciutto lo strato aggrappante, si sensibilizza il vetro come una carta, depositando la miscela dei due sali di ferro in parti uguali. Il gesto si fa al riparo dal sole, alla luce di una normale lampadina, che emette troppo pochi UV per esporre la lastra. Il kit per cianotipia fornisce questi due sali in flaconi separati, con due pipette.
La soluzione si stende con un pennello largo a setole morbide o con un applicatore in spugna, incrociando le passate per coprire la gelatina in modo omogeneo e senza ripassare troppe volte, perché lo strato ancora fragile si graffia facilmente; per le dosi dei due sali vale la ricetta della cianotipia, che sul vetro non cambia.
La lastra sensibilizzata asciuga a sua volta in piano e al riparo dalla luce, finché non è asciutta al tatto. Una superficie liscia trattiene meno umidità di una carta e l'asciugatura è spesso rapida, ma una lastra ancora umida si attaccherebbe al negativo: la pazienza resta d'obbligo.
Esporre e lavare il vetro con delicatezza
Sulla lastra asciutta si dispone un negativo su acetato, oppure vegetali o oggetti a contatto, poi la si espone al sole. Poiché il vetro è rigido, il contatto è più semplice che sul tessuto: si preme il negativo contro lo strato sotto un secondo vetro pulito, per un contatto netto.
La durata dell'esposizione segue le regole consuete, da pochi minuti in pieno sole estivo a diverse decine di minuti con il cielo coperto, e il riferimento affidabile resta il cambio di colore della superficie: lo strato passa dal giallo-verde pallido al blu-grigio bronzato.
Il lavaggio è il momento più delicato del procedimento sul vetro, perché lo strato di gelatina si gonfia con l'acqua e si graffia al minimo contatto.
Si lava in acqua fredda, senza mai strofinare, lasciando scorrere l'acqua delicatamente sulla lastra o immergendola in piano in una vaschetta, finché il ferro che non ha reagito nelle zone protette non se ne va e l'acqua non esce limpida. L'acqua troppo calda scioglierebbe la gelatina e porterebbe via l'intera immagine: qui il freddo è una precauzione.

Una lastra di vetro si lava delicatamente, senza strofinare lo strato che porta l'immagine.
Gli insuccessi tipici del vetro
Lo strato che si stacca a scaglie al lavaggio è l'insuccesso più comune, e dipende quasi sempre da uno sgrassaggio insufficiente o da una gelatina stesa su un vetro ancora unto. Se l'immagine si cancella in parte sotto l'acqua, lo strato è troppo sottile, e lo si corregge indurendo leggermente la gelatina; una lastra pallida, invece, indica una sottoesposizione o un blu slavato da un lavaggio eccessivo, cause comuni a tutti i supporti.
Dal vetro agli altri supporti lisci
La logica vista qui, sgrassare e poi creare uno strato aggrappante, vale per tutte le superfici lisce e non porose: la ceramica smaltata, il metallo o alcune plastiche si trattano secondo lo stesso principio. Il legno, al contrario, è poroso e accetta la soluzione quasi come una carta, il che ne fa un supporto più diretto.
Il vetro richiede più cura della carta, dallo sgrassaggio allo strato aggrappante, ed è questa preparazione a condizionare la tenuta dell'immagine.
Éric Marais — Fotografo, autore di due libri sulla fotografia stenopeica (edizioni Pearson) e creatore dello Sténoflex. Fin dall'inizio tiene laboratori di introduzione alla fotografia alternativa, dalla fotografia stenopeica alla cianotipia.


